GLI EREDI DELLA TERRA di Ildefonso Falcones

GLI EREDI DELLA TERRA di Ildefonso Falcones

L’EREDITA’ DEI BASTAIXOS

Gli eredi della Terra (2016) di Ildefonso Falcones è l’attesissimo sequel del suo La cattedrale del Mare (2007 – leggi QUI la recensione), il bestseller che è stato per mesi in vetta alle classifiche spagnole e anche in Italia (dove si è aggiudicato il premio Boccaccio Sezione Internazionale). Dieci anni dopo, e sempre grazie a Longanesi da noi, l’epica saga dei bastaixos (i mulattieri del mare) finalmente conosce il suo seguito.

Che il titolo non tragga in inganno. Da non confondersi con l’omonimo romanzo fantascientifico di Kate Wilhelm vincitore del Premio Hugo nel 1977Gli eredi della Terra si apre al suono delle campane di Santa Maria del Mar e ci conduce per mano lungo il secolo Quattrocento fino agli anni del Concilio di Costanza.

Leggete quel che segue a vostro rischio e pericolo; ovviamente se ne consiglia la lettura a chi ha già letto il romanzo e non teme anticipazioni sull’intera trama.

TRA IL MARE E LA TERRA

La storia riparte a Barcellona nel 1387Messer Arnau Estanyol, il protagonista del precedente romanzo, l’uomo a cui si deve la costruzione della grandiosa Cattedrale del Mare, è oggi uno dei più stimati notabili della città e, memore delle traversie che hanno segnato la storia della sua famiglia, amministra il Piatto dei Poveri Vergognosi nel quartiere della Ribera: un’istituzione benefica della cattedrale che offre sostegno ai più bisognosi mediante le rendite di vigneti, palazzi, botteghe, tributi ed elemosine. Il cuore grande di Messer Arnau gli fa riscuotere i dovuti in prima persona, lo stesso cuore che gli fa accogliere nei cantieri navali (e sotto la sua ala protettrice) Hugo Llor: un orfano dodicenne che sogna di diventare maestro d’ascia. Hugo vuole costruire le grandi navi, come il protagonista del recente Fu sera e fu mattina di Ken Follett (leggi QUI la recensione), autore storico con il quale Falcones nutre un grande debito sin dal romanzo precedente.

Il lieto fine con cui si era concluso La cattedrale del Mare viene però funestato dalla morte re Pietro III il Cerimonioso, quando il suo erede Giovanni torna nella Catalogna. Purtroppo egli non arriva solo: tra gli altri, lo accompagnano i Puìg, parenti superbi e arricchiti degli Estanyol e storici nemici di Arnau, pronti a vendicarsi di lui e del suo unico figlio Bernat, di sedici anni, che si trova al consolato di Alessandra per studiare il commercio e la navigazione.

Gli eredi della terra_Libri Senza Gloria
Gli eredi della terra_Libri Senza Gloria

Anche Bernat, il cui nome ha ereditato dal nonno, è desideroso di vendetta dopo che suo padre Arnau viene brutalmente assassinato per volere dei Puìg, accontentati da un re malaticcio e mondano che non ha altra preoccupazione se non quella di eliminare gli uomini e le donne che erano stati fedeli a suo padre. Bernat torna dunque in patria come un paria e senza un soldo, ripudiato dagli amici e dalla fidanzata di un tempo. Tutto per colpa dell’odio di Roger Puìg, conte di Navarcles, nominato dal nuovo re come capitano generale della Catalogna.

Hugo, che fa il portatore della palla ai piedi di un prigioniero genovese costretto a lavorare nei cantieri, viene maledetto da una diceria: al porto sostengono che l’orfano porti jella così viene allontanato dai cantieri navali ma, grazie alla sua abilità di comunicare con i cani e in generale con gli animali, diventa cacciatore di ratti.

La vedova di Arnau è Mar, figlia di un bastaix. La donna si risolve a chiedere aiuto a Jucef, l’ebreo che non ha dimenticato il suo grande debito nei confronti di Arnau. Egli paga l’avvocato di Bernat quando questi finisce prigioniero. E quando Bernardo di Armagnac si mette alla testa di 18.000 uomini e invade la Catalogna, si presenta a Bernat l’occasione propizia: grazie anche alle monete dategli da Hugo, il ragazzo accetta di arruolarsi e con l’inganno riesce a fuggire da Barcellona.

Frattanto Jucef si prodiga anche per Hugo trovandogli lavoro presso la famiglia di un amico ebreo, il vecchio medico Saùl. Hugo alterna i suoi impegni con i figli di Saùl: fra i due fratelli Jacob, il battitore d’aste, e Mahir, il viticoltore, e la sorella Astruga, medico. Insieme a lei vivono due giovani apprendisti levatrici, la figlia Dolca e l’amica Regina. Hugo si innamora sin da subito di Dolca, nonostante all’epoca le relazioni fra cristiani ed ebrei fossero severamente proibite.

Hugo cresce senza alcun amico e con tanti nemici – come ad esempio il barbaro Juan Amat che lui ha ribattezzato Cane Rognoso. Sua madre vedova, Antoniada serva di un guantaio finisce per diventare la moglie malmenata di un bottaio: proprio a lei Hugo aveva promesso di non imbarcarsi mai (perché in mare era morto il padre). La sorella di Hugo, Arsenda, è invece rinchiusa nel convento di Jonqueres, dove di giorno in giorno si fa sempre più devota (o fanatica): il rapporto fra i due sembra ricalcare quello di Arnau con il fratellastro monaco ne La cattedrale del Mare.

Fu-sera-e-fu-mattina_Libri-Senza-Gloria
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TRA LA LEALTA’ E IL TRADIMENTO

In seguito alla rivolta nel ghetto di Barcellona, molti degli ebrei che non si sono convertiti al cristianesimo vengono sgozzati, in particolare le donne. Fra queste Dolca, il primo amore di Hugo. Giustizia divina è però fatta quando Cane Rognoso, colpevole di questi come di molti altri crimini, viene arrestato per ordine del re e squartato pubblicamente. Dopo quei terribili giorni si perdono le tracce dell’ebreo Mahir, per cui i familiari affidano le sue terre a Hugo, ma al volenteroso ragazzo viene anche affidata la vigna di Santa Maria del Mar. In questa occasione Hugo intesse una relazione d’affari con Romeu, il russo che cura la tenuta del ricco Rocafort, e una segreta storia d’amore con sua moglie Maria. Non perdendo mai la sua indole di salvatore, si premura di affidare Caterina, una bella schiava russa, alle cure dell’amica ebrea Regina con la quale è rimasto in contatto, e che ha personalmente salvato dal rastrellamento.

Dopo molto tempo Hugo riceve notizie da Bernat: grazie alla sua combinazione di studio e sprezzo del pericolo, il giovane ha fatto fortuna a Cartagena fra i corsari castigliani. Hugo si trasforma suo malgrado nella spia in città di Bernat: il suo compito è quello di comunicargli i movimenti delle imbarcazioni da depredare. Di più, il caso (e il successo della sua uva) lo portano a essere nominato vinaio di fiducia nientemeno che di Roger Puìg, e quindi di poter carpire informazioni di prima mano direttamente dalla casa del nemico. Fortuna vuole che né Puig né Mateo, il suo infido servitore (che Hugo aveva accecato di un occhio quando era ancora un ragazzino), si ricordino di lui o riconoscano l’ex allievo di messer Arnau Estanyol. Così si scolano il suo chiaretto (un brutto vino leggero) mescolato all’acqua vitae (liquido medicinale) pensando che sia un ottimo vino.

In quegli anni Hugo si convince a prendere due schiavi per farsi aiutare nel lavoro ai campi: il giovane e timoroso bulgaro Domingo, e l’anziana e indisponente Barcha. Il buon cuore di Hugo lo convince ad affrancarli prima del tempo: Barcha decide di rimanere con lui, Domingo ruba i risparmi e prende il volo. Hugo rinnova anche il suo rapporto con Regina, la bella amica di un tempo, che aveva salvato dalle violenze di alcuni barbari durante il saccheggio del ghetto ebraico. Lei, per contro, gli porterà una neonata, Mercé, implorandolo di crescerla come fosse figlia sua, e nascondendogli come la bimba sia in realtà la figlia avuta dalla sorella Arsenda, monaca, in seguito a una misteriosa relazione illegittima.

Regina non è più la sediziosa ragazzina che gli faceva perdere la testa durante l’adolescenza, ma una bellissima donna ben fatta e determinata, ma ancora quando mente viene contraddetta dai movimenti del suo naso: lei e Hugo cominceranno una relazione appassionata. L’imprevedibilità e avventatezza di Regina, disposta ad abbandonare la fede ebraica e a convertirsi alla fede cristiana, costringono però Hugo a rifiutare le nozze con la giovane, ambiziosa quanto inesperta, Eulàlia, figlia del suo sensale Jofré. Una simile decisione gli fa perdere il possesso delle vigne, ogni bene e il rispetto. I cittadini lo insultano in quanto eretico, finisce a vivere nella catapecchia del vecchio Jaume, ma la sua disgrazia è completa quando, ridotto in povertà, scopre che la sua nuova sposa Regina lo tradisce con il suo arcinemico, Roger Puìg, alla cui corte si trova anche Caterina, la schiava russa a suo tempo salvata da Hugo ma ora diventata la schiava del sesso del suo signore.

Nel frattempo re Martino succede a re Giovanni e, grazie alla provvidenziale abilità di Hugo di ritrovarsi al momento giusto al posto giusto (o dell’autore di manovrare le sue disgrazie e fortune a seconda delle novità tecniche, economiche e politiche che si sono succedute all’epoca), si riconcilia con Barcellona e si ritrova a lavorare alla vendemmia dell’ospedale della Santa Croce, proprio quando questo viene inaugurato dal sovrano e da uno stuolo di nobili che vedono nella struttura un modo di lanciare la città verso il futuro.

Il primo Bernat e il primo Arnau

TRA LA VENDETTA E L’AMORE

Alcune morti reali decretano le rispettive successioni: muore il conte di Navarcles e Roger Puìg ne eredita il titolo, muore re Martino il Giovane e allora suo padre il re Martino l’Ecclesiastico deve convolare a nuove nozze per generare un nuovo figlio maschioSuggestiva la scena in cui uno stuolo di schiavi e serve manovra un’imbracatura aerea per sollevare il re obeso e farlo accoppiare (senza successo) con la consorte reale.

In tutto ciò Hugo è addirittura diventato il cantiniere del re, ma dato che nel Medioevo non si può mai stare tranquilli, anche Martino l’Ecclesiastico muore. Il re purtroppo se ne va prima che giunga la legittimazione papale del suo nipote bastardo, il figlio siciliano di Martino il Giovane. Senza un vero erede, i cinque regni avanzano ciascuno un proprio pretendente, in particolare il regno d’Aragona propone la nomina del governatore generale e conte Giacomo d’Urgell, il cui principale contendente è l’infante Ferdinando di Castiglia (o Ferdinando d’Antequera, dopo l’annessione di quest’ultima). Pare che Regina, e persino un’adolescente Mercé, siano coinvolte nell’avvelenamento del re (spacciato per morte naturale) in modo da favorire il conte d’Urgell, mentre Hugo viene reclutato da loro come spia e mandato in missione a Valencia insieme al guercio: per farlo dovrà infrangere per la prima volta la promessa fatta alla madre di non imbarcarsi mai.

Ferdinando I vince la disputa, diventa re a dispetto di ogni pronostico ed entra a Barcellona in pompa magna. Roger Puìg (che parteggiava per il conte d’Urgell) deve mandare giù il rospo e accettare il rientro in città di Bernat Estanyol, oggi ammiraglio della flotta reale catalana, al comando delle galee reali contro mori e portoghesi pur essendo egli stesso un ex corsaro. Bernat non è più l’onesto e colto ragazzo di un tempo, ma è oggi un rozzo pirata dal linguaggio colorito e i modi bruschi che ha soppresso ogni sentimento di misericordia: l’iniziale felicità di rivedere Hugo è soppiantata dalla sua ira nello scoprire che è il cantiniere di Puìg e di come non lo abbia ancora avvelenato! I due, malgrado tutto, collaborano per servire fredda la loro vendetta: Roger Puìg viene esiliato dal re e fustigato a morte; Regina viene allontanata, Mercé eredita tutto, e Hugo si accontenta dell’amore di Caterina, la schiava russa che aveva salvato anni prima, diventata donna di piacere per Puìg e il suo servo, ma ora finalmente affrancata.

Hugo e Caterina si accontentano del loro amore, vivendo come ospiti nella casa della fedele, simpatica (e incline all’acqua vitae) ex schiava Barcha, mentre Mercé (sorpresa delle sorprese) convola a nozze con Bernat nonostante la differenza d’età: sembra che la giovane fanciulla sia l’unico essere umano in grado di penetrare la dura corazza dell’ex corsaro e a toccargli il cuore. Ma Regina, caduta in disgrazia dopo la fine di Puìg, trama anche lei la sua vendetta, perché si sa, il male chiama altro male, il sangue chiama altro sangue.

A Martino succede suo figlio, re Alfonso. Mercé da alla luce Arnau, chiamato così in omaggio al nonno Estanyol. Il nonno Llor è pure lui felice: insieme a Caterina gestisce una taverna. Ma si cruccia per Barcha, la mora musulmana che la vendicativa Regina ha fatto rinchiudere servendosi della complicità di un vescovo converso come lei. La donna verrà umiliata e squartata, e inoltre, sempre per colpa delle macchinazioni di Regina, Mercé viene rapita: non tanto per far del male all’ammiraglio della Catalogna, quanto per ricattare la badessa Beatrix durante il Concilio di Costanza. Sì, la badessa è la vera madre di Mercé, la badessa è Arsenda, la sorella di Hugo scomparsa per così tanti anni. Ma quando Hugo si riconcilia con lei, non è esattamente l’incontro che si aspettava…

La prima famiglia Puìg

TRA IL DOLORE E LA GIUSTIZIA

Venuta a galla la verità sui natali di Mercé, Bernat la ripudia e prende nuova moglie. Regina (colpevole) viene arrestata e murata viva, ma di Mercé non si sa più nulla da due anni. Hugo si deprime, si affida alla bottiglia, finché l’amata Caterina non lo mette sulla pista giusta. Ricongiuntosi con Mercé è però del nipote che bisogna preoccuparsi: partito nuovamente Bernat per la guerra, sua moglie la contessa, rimasta a casa da sola, prova ad avvelenare Arnau, il primogenito e legittimo erede. Hugo e la sua famiglia riescono a trarlo in salvo e ad affidarlo alle cure della badessa Beatrix, redenta alla vista del piccolino. Mercé non rivela il segreto della sua ubicazione nemmeno sotto tortura, almeno finché Bernat non rientra in patria.

Accecato inizialmente dall’ira, Bernat rinsavisce poco prima di morire ignobilmente in un finale parecchio affrettato a dire il vero. Dopo tanto perigliare e soffrire, Mercé si ricongiunge a suo figlio, e Hugo, con l’amore di Caterina, ritrova una vigna dove poter trascorrere serenamente gli anni che gli restano da vivere.

HAPPY ENDING

La cattedrale del Mare terminava nel 1383 con la scena dell’inaugurazione della chiesa di Santa Maria del Mar cui assistevano un Arnau sessantatreenne assieme alla moglie Mar e al figlio Bernat. Dopo tante sofferenze patite in vita, quel lieto fine era stato largamente sudato dai nostri protagonisti, e noi lettori eravamo ben felici di consegnare il resto dei loro giorni alla ignota felicità eterna. Perché quindi un autore deve, dopo moltissimi anni, riprendere in mano i suoi personaggi più famosi e negargli l’happy ending che si erano faticosamente guadagnati? Per il vile denaro, per una semplice operazione commerciale, vale la pena distruggere il lavoro fatto nel primo volume? Sinceramente, i personaggi non lo meritano, e neppure il lettore.

Facciamo un po’ di conti: se quel libro terminava nel 1383 mentre Gli eredi della Terra si apre nel 1387, questo significa che ad Arnau e alla sua famiglia sono toccati appena cinque anni di tranquillità. Non volendo tener conto del fatto che il tempo che intercorre fra le due vicende (cinque anni) corrisponda alla metà di quello accorso per pubblicare il sequel (dieci anni), preferiamo interrogarci sulla giustizia divina che veglia sui personaggi letterari: cinque anni di pace sono sufficienti per dimenticare un’intera vita di sofferenze? Cinque anni di pace sono sufficienti perché i personaggi tornino a soffrire di pene terrene e le peggiori ignominie?

Appellandoci al contrappasso divino, ci aspetteremmo che ai nemici debba toccare almeno un tempo doppio di sofferenza, quantomeno per tutti i torti che hanno inferto ai protagonisti. Invece no, i cattivissimi Puìg hanno trascorso appena cinque anni (dal 1383 al 1387) di relative disgrazie: una pena largamente insufficienze a ripagarli delle loro malefatte. Come se non bastasse, non appena i Puìg tornano in scena e per tutto lo svolgimento de Gli eredi della Terra, avranno ulteriori decenni di prosperità e fortuna: ancora una misura di tempo sproporzionata se paragonata alla durata dei patimenti di Arnau prima e di Hugo dopo.

Forse che la felicità dei protagonisti non è di questo mondo, ma bisogna rimandarla a quell’altra? Dato il soggetto religioso, possiamo indovinare che sia cosi. Però la saga è molto terrena e poco metafisica e, insomma, dall’autore ci saremmo aspettati maggiore clemenza. Invece Ildefonso Falcones non concede alcuna giustizia divina ai suoi protagonisti. Che non lo meritano, e neppure il lettore.

STILE

Il punto di vista scelto dall’autore rimane sempre al fianco degli umili protagonisti, nei cui usi e costumi quotidiani siamo totalmente immersi. Di tanto in tanto si eleva a narratore onnisciente per veloci recap cronologici su come si stesse evolvendo il reale scacchiere politico degli anni raccontati, quindi ridiscende presto per tornare a seguire le epiche imprese dei suoi eroi immaginari. Stavolta però i brevi trattati d’erudizione storica, per quanto inevitabili in quanto il basso medioevo è denso di avvenimenti (in particolare legati all’acceso scontro fra Chiesa e Regno), sono più lunghi e prolissi che nel primo volume.

La cattedrale del mare_Libri senza Gloria
La cattedrale del mare_Libri senza Gloria

Ancora una volta la formazione giuridica di Ildefonso Falcones si evince nelle spiegazioni di cui si incarica, nei confronti del lettore, dove, nella maniera più naturale e semplice possibile, illustra astrusi concetti legali dell’epoca: dall’enfiteusi al debito matrimoniale, dalla calunnia alle pratiche dell’inquisizione, e via dicendo.

Se confrontato con quello di Arnau Estanyol, il personaggio di Hugo Llor ne esce con le ossa rotte: dedito al lavoro ma incline ai piaceri del sesso e dell’alcol, scaltro ma non cinico, di sani principi ma così molle di carattere da farsi trascinare passivamente dagli eventi (in particolare da stenti e soprusi), più propenso alla truffa che non allo scontro diretto. Molto “umano” se vogliamo, ma non abbastanza per un’opera letteraria: potrebbe semmai indossare le vesti del comprimario, non quelle del protagonista a tutto tondo, ruolo che invece sarebbe calzato alla perfezione a Bernat, anti-eroe maledetto, a metà fra un’avventura di Salgari e un drammone di (Victor) Hugo. Un motivo di più perché questo sequel poteva non essere scritto, più che altro per risparmiare una morte ingloriosa ad Arnau.

Il fatto poi che a Hugo (Llor) capitino così tante venture e sventure che non basterebbe una vita intera a contenerle tutte, la dice lunga sull’inverosimiglianza della trama, per quanto ogni singolo episodio sia credibile e ben calato nel contesto. A ogni modo i continui recap della trama man mano che ci si addentra nella mole di pagine aiutano il lettore a non perdersi pezzi lungo la strada, ma spesso vengono avvertiti come un “di più” da chi è abituato a tuffarsi in letture di simile peso (letteralmente).

CONCLUSIONI

Se il “mare” era parte integrante del titolo del primo volume, come la “terra” lo è del secondo, ci aspettiamo non uno ma due sequel che riportino nel titolo gli altri due elementi mancanti: il “fuoco” e “l’aria”.

Ildefonso Falcones ricrea la magia di un secolo lontano, e riesce a farlo rivivere come se fossimo lì presenti. I protagonisti sono ben strutturati, tutti mossi da precisi aneliti: di libertà, di riscatto, di amore, di vendetta, di giustizia. Caratteri che acquisiscono senso grazie a una trama costruita in maniera precisa su un concatenamento quasi perfetto di eventi positivi e negativi (ma gli stupefacenti colpi di scena sono riservati più agli episodi negativi che non a quelli positivi) che rendono la storia estremamente lineare nella sua complessità.

Nei suoi sforzi di essere un affresco maestoso ed emozionante (soprattutto nell’imponenza delle pagine)Gli eredi della Terra non riesce a eguagliare la completezza e grandiosità de La cattedrale del Mare, pur essendo un romanzo scorrevole grazie a un lessico semplice, ma risultando davvero appassionante quasi esclusivamente nella seconda parte.

Finito di leggere: giovedì 4 novembre 2021.

Nel salutarvi, vi invito a leggere Gli eredi della Terra di Ildefonso Falcones, e a tornare su questa pagina per dirmi cosa ne pensate.

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