LA CASA SULL’ISOLA di Catherine Banner
LA CASA AI MARGINI DELLA NOTTE
La casa sull’isola (Tea Libri) è il primo romanzo di Catherine Banner, nata a Cambridge e laureata in Letteratura inglese. Dopo una citazione del poeta e drammaturgo Derek Walcott, ci porta subito nel vivo di questa grande saga familiare che attraversa tutto il Novecento.
Le cinque parti in cui si divide non modificano l’ordine numerico dei capitoli, e tutte aprono con la sempiterna formula del “manoscritto ritrovato” di manzoniana memoria, con il narratore che riporta ogni volta una nuova fiaba o leggenda che ha avuto modo di raccogliere e trascrivere.
PARTE PRIMA: IL COLLEZIONISTA DI STORIE, 1914-1921
In epigrafe troviamo un vecchio racconto dell’isola di Castellammare in Sicilia, riguardante “la maledizione del pianto” nella versione che è stata trasmessa per la prima volta da Pina Vella (tra i personaggi immaginari di questo romanzo) e trascritta nel 1914 alla festa di sant’Agata, “la santa delle disgrazie” e di Castellammare stessa, solo omonima alla patrona di Catania.
Amedeo Esposito, da neonato abbandonato in un brefotrofio fiorentino, a gigante monociglio laureato in medicina e appassionato di storie, trova impiego fisso a Castellammare dove arriva proprio nel 1914, diventando il primo dottore nella storia dell’isola. Non si tratta della vera Castellammare del Golfo, cittadina siciliana, ma di un’isola fittizia situata al largo della costa di Siracusa. Il personaggio più importante del posto è il conte Andrea d’Isantu, per diverso tempo sindaco anche se adesso ha lasciato la carica ad Arcangelo il droghiere.

Amedeo prende alloggio alla Casa di margini della notte, il secondo edificio più antico dell’isola, nonché luogo maledetto in quanto ultimo posto ad essere sopravvissuto al famigerato “pianto“, ovvero un terremoto che aveva raso al suolo la cittadina. Il medico condotto presto fa la conoscenza del prete don Ignazio, dei fratelli Rizzu proprietari del bar cittadino, della signorina (perché vedova) Gesuina che è la levatrice del paese e del maestro di scuola Vella. La figlia di quest’ultimo, Pina, è pure lei rimasta vedova da poco.
Dopo la Prima Guerra, il conte d’Isantu viene nuovamente eletto sindaco, mentre Amedeo inizia una relazione clandestina con sua moglie Carmela, ritenuta sterile. Successivamente Amedeo prende Pina Vella in sposa. Da questo momento in poi interrompe la relazione con la prima donna, ma non può impedire che dalla prima relazione nasca Andrea e che, nella stessa notte, in una casa distante pochi metri, il suo matrimonio culmini con la nascita di Tullio.
Lo scandalo, il più grande che abbia mai colpito l’isola, distrugge la reputazione di Amedeo, costringendolo ad abbandonare la professione medica. Ma lui, non volendo più abbandonare Castellammare, si risolve a ridestinare la Casa ai margini della notte, il vecchio edificio in cui abita, alla sua funzione primaria: ovvero quella di bar-pasticceria.
PARTE SECONDA: MARIA GRAZIA E L’UOMO CHE VENIVA DAL MARE, 1922 -1943
Amedeo ora, insieme alla moglie Pina, gestisce il bar. I due sono aiutati da Giusina e Rizzu. Quando può, ma clandestinamente, Amedeo agisce ancora come medico, e tutte le volte viene pagato con ortaggi e simili. Dall’unione con Pina nascono ancora Flavio, Aurelio e una bambina prematura e miracolata, Maria Grazia. Lei, che di secondo nome fa Agata come la santa, è l’unica a non ereditare la statura genetica del padre e a rimanere minuta per tutta la vita, ma è anche il personaggio che rimane impresso più di ogni altro.

Siamo all’alba del fascismo, e così i ragazzini vengono coinvolti nell’Opera Nazionale Balilla. Flavio è quello maggiormente coinvolto, plagiato dal maestro Cajella, e perciò sospettato di aver frustato nottetempo il fornaio Pierino che aveva osato votare contro le camice nere. Il dottor Vitale si rifiuta di curare Pierino, lo stesso non fa Amedeo, e la qual cosa porta alla sua reintegrazione nel ruolo di dottore dell’isola. Ma ormai anche la reputazione di Flavio è rovinata.
La famiglia Esposito accoglie il prigioniero-poeta Mario Vazzo e lo fa lavorare al bar. La guerra dà per dispersi nella stessa battaglia in Egitto prima Tullio, poi Aurelio e infine anche Flavio. I genitori chiudono il bar per lutto e si consumano dal pianto, ma la “povera zoppa” Maria Grazia, appena diplomatasi con il massimo dei voti, riapre l’attività. Lei è nel fiore degli anni, bellissima, ma nessuno s’innamora di lei perché costretta a portare i tutori alle gambe. Quando però viene prestato soccorso a un soldato inglese naufragato al largo delle loro coste, Robert Carr, i cuori di entrambi capitolano l’uno per quello dell’altra.
PARTE TERZA: LA CITTA’ DEI MORTI, 1944-1953
La parte di mezzo si apre con un racconto presente anche nel Decameron di Boccaccio, nella raccolta di fiabe di Italo Calvino, e riferito dal signor Rizzu.
La guerra è finita, l’Italia liberata, e per poco il mondo non si dimentica di questa isoletta. Flavio torna dalla prigionia, ancora vivo e con qualche dita in meno, mentre Gesuina, la signora che li ha visti tutti nascere, muore nel sonno. Se ne va anche il soldato inglese, ma dalla guerra torna pure Andrea d’Isantu. Tra il figlio del conte e Flavio nasce un’inaspettata amicizia.

Un terremoto rivela gli scavi di un anfiteatro pagano, cosa che fa tornare sull’isola l’archeologo che vi aveva vissuto tempo addietro, il professor Vinicio. Il fatto sensazionale suscita comunque la contrarietà dei cittadini, troppo devoti alla misteriosa Sant’Agata. Intanto però la novità apre l’isola ai turisti, e così si rivede pure il poeta Mario Vazzo, che nel frattempo ha fatto fortuna letteraria e vinto premi grazie a un retelling dell’Odissea.
Quando qualcuno torna ad avvistare il fantasma di Pierino, viene finalmente rivelata la verità sul suo assassinio: ad ucciderlo fu, per errore, Andrea d’Isantu, che oggi è completamente innamorato di Maria Grazia. Il cuore della ragazza batte però soltanto per l’inglese Robert Carr, che pure si rifà vivo dopo ben quattro anni di condanna ai lavori forzati in una prigione militare: un periodo durante il quale ha imparato l’italiano per lei, e per lei ha disertato nuovamente. Maria Grazia, pur felice di rivederlo, lo contraccambia facendo aspettare anche lui quattro anni, per poi infine sposarlo in concomitanza con l’arrivo della grazia concessa dal signor Churchill.
PARTE QUARTA: I DUE FRATELLI, 1954-1989
Il racconto siciliano in apertura, narrato dal vedovo Mazzu e trascritto intorno al 1961, parla di due fratelli, di una strega malvagia e di un unguento magico in grado di curare ogni genere di ferita.
Per Castellammare è un periodo di grande prosperità. Il traghettatore Beppe ha avviato un servizio di traghetti mentre Andrea d’Isantu, in seguito alla morte di suo padre il conte (addormentatosi dietro il volante di un’auto d’epoca e finito in una scarpata), torna sull’isola con una grande novità: apre la prima banca del posto, una Cassa di Risparmio e Credito che concede prestiti a tutti. Sempre più ricco, Andrea privatizza una parte della spiaggia e ci fa costruire un albergo per turisti.

Maria Grazia e Robert hanno due figli, nati al principio e al termine dello stesso anno: Sergio e Giuseppino. Di comune accordo, la madre si occupa degli affari del bar, il padre di crescere i piccoli, pur con l’aiuto della giovane Concetta. Questa è figlia d’Arcangelo, i cui altri figli aprono un Beach Bar sulla spiaggia, con tanto di insegna al neon e menu separati, che fa diretta concorrenza all’attività della famiglia Esposito.
Man mano che i due fratelli crescono, Giuseppino comincia a parlare solo in inglese e Sergio solo in italiano: con grande dispiacere del nonno Amedeo, nessuno di loro due impara il dialetto. Più i due si fanno grandi, più cresce l’inimicizia reciproca. Pina muore nel suo letto, e quattro mesi dopo la raggiunge anche il marito Amedeo, protagonista della prima metà di questa storia. Il nonno non c’è più ma ha lasciato in eredità ai suoi nipoti il taccuino di storie e il bar. Giuseppino lascia l’isola con l’idea di studiare a Londra, e a sua insaputa Sergio si rivolge alla banca dei d’Isantu, nemici storici della famiglia, per ipotecare la sua metà del bar in modo da rilevare l’altra quota, di spettanza del fratello.
Giuseppino entra nel mondo della finanza e fa molti più soldi, anzi è lui a pagare tutti i lavori di ammodernamento del bar pur non essendone più proprietario. Sergio sposa Pamela, un’inglese che gliene ricorda un’altra conosciuta da ragazzino, e da lei ha una figlia: Maddalena viene al mondo nella settimana in cui le televisioni trasmettono la caduta del Muro di Berlino.
PARTE QUINTA: LA BARCA ALLA DERIVA, 1990-2009
L’ultima fiaba introduttiva, raccontata dalla pescatrice Agata attorno al 1970, sembra risalire alla storia di San Michele appartenente alla Sicilia occidentale: un giovane di umili origini che riesce a ottenere il proprio riscatto.

Con la nascita della nipotina, finalmente Maria Grazia può tornare dietro il bancone del bar che le è sempre appartenuto. Pamela, la moglie inglese di Sergio, non si è mai davvero abituata alla solitudine dell’isola, e poiché il marito non ha mai assecondato il suo desiderio di tornare in Inghilterra, un giorno lei parte abbandonando sia lui che la figlia, Lena. Quest’ultima diventerà la prima Esposito a lasciare l’isola per poi farvi ritorno, e sarà sempre lei a portare avanti la Casa ai margini della notte e la dinastia.
Da oltreoceano arrivano a Castellammare grandi novità come internet e i computer, ma anche tragiche conseguenze come quelle della crisi finanziaria che porta al fallimento della banca dei d’Isantu e gravi ripercussioni su tutti i cittadini, risparmiatori e imprenditori che avevano richiesto un prestito. Per saldare i debiti del bar, Maria Grazia vorrebbe fare affidamento sulla disponibilità economica di suo figlio Giuseppino, ma questi fa ritorno sull’isola senza un soldo, dopo che la sua società è fallita e lui ha dovuto dichiarare bancarotta.
Per la nuova festa di sant’Agata, la patrona fa un miracolo: tutti i soldi tornano indietro grazie all’intermediazione del conte d’Isantu. Si scopre che il conte, da sempre, pur odiato dagli altri isolani, ha aiutato tutti loro, in segreto e nel buio. Dopo aver espiato le colpe della giovinezza, in questo modo anche lui può andarsene in pace.
CONCLUSIONI
L’atmosfera de La casa sull’isola è sospesa come quella di una fiaba, una scelta che entra in evidente conflitto con l’ambientazione invece molto aspra. In questo scarto risiede il segreto dell’emozione che suscita, a metà tra una passeggiata piacevole e una dolorosa sorpresa.

Le vite di Amedeo, dei suoi figli e nipoti, intrecciano vicende tragiche e mortali, ma sono anche fatte di amicizia e amore. Molti sono i cambiamenti che attraversano la loro casa sull’isola, immutabile nel tempo come la Sicilia. L’autrice ha lavorato come insegnante per alcuni anni, oggi è sposata con un italiano e vive a Torino: ma non è mai stata in Sicilia prima di scrivere questo romanzo, e difatti la Sicilia che emerge è più frutto di una fantasia esotica che non di una rappresentazione documentata. Tanto che non solo il dialetto è completamente assente ma alcuni elementi sembrano richiamare maggiormente la tradizione partenopea piuttosto che quella sicula: ad esempio con il nome Carmela, o richiamando semmai alla mente Castellammare di Stabbia in provincia di Napoli. La grande idea è stata quella di far funzionare l’isola immaginaria di questo romanzo un po’ come la villa de L’angelo sterminatore: tutti vorrebbero andarsene via, ma una forza più grande di loro, metafisica se non soprannaturale, glielo impedisce.
La terrazza della Casa di margini della notte è molto più della semplice terrazza di un bar. Luogo di transito per abitanti e turisti, diventa il punto di vista privilegiato per osservare tutti gli stravolgimenti di un secolo di storia. Molti sono infatti i temi affrontati: dalle due guerre mondiali alla ricostruzione, dalle tensioni sociali e politiche degli anni Settanta alla sfacciata abbondanza degli anni Ottanta fino ancora ai chiaroscuri del nuovo millennio. L’idea è quella di dimostrare come la grande Storia sia sempre fatta di piccole storie, anche se i toni delicati tendono a prediligere il piano privato alla dimensione mondiale.
Nonostante le molte pagine, la lettura rapisce, non sempre ci affezioniamo ai personaggi, ma sempre ne ricordiamo i nomi e vogliamo conoscerne le sorti. Questa è una grande qualità, soprattutto nelle grandi e lunghe saghe dove i nomi si affastellano e gli episodi si sovrappongono.
Se da una parte il folklore presentato è distante dal vero, dall’altra fa rivivere gli odori mediterranei, e se questa epopea familiare tocca appena i grandi cambiamenti storici, non difetta certo per intensità.
Finito di leggere: sabato 25 luglio 2026.
Nel salutarvi vi invito a leggere La casa sull’isola di Catherine Banner, ultimo appuntamento della nostra rassegna, e a tornare su questa pagina per dirmi cosa ne pensate.