LA DEA DELLA VENDETTA di S.S. van Dine
VANCE ARRIVA PER PRIMO
Una volta tanto non è l’amico John F. Markham, procuratore distrettuale di New York, a chiedere l’aiuto investigativo di Philo Vance (sebbene è indubbio che lo avrebbe fatto), ma esattamente il contrario. Infatti stavolta Vance è il primo a esaminare la scena del crimine dopo essere stato avvisato da un suo conoscente in preda al panico, Donald Scarlett, tecnico esperto della spedizione Bliss in Egitto. Il Dottor Mindrum W. C. Bliss è il famoso direttore del Museo Egizio all’interno del quale è stato ucciso Beniamin H. Kyle, vecchio filantropo e protettore delle arti nonché finanziatore delle spedizioni.
Il brutale omicidio è stato reso celebre dai giornali come il “delitto dello scarabeo” in quanto, vicino al corpo mutilato della vittima, è stato rinvenuto un raro scarabeo azzurro di lapislazzuli con inciso i nomi di uno dei primi Faraoni, Intef V (di cui al tempo non era stata ancora scoperta la mummia), e trasformato in una spilla da cravatta. Il cadavere è riverso ai piedi della statua di Anubi, il dio dei morti, mentre la sua testa è stata spaccata con una statuetta di Sakhmet, la dea della vendetta.
La spedizione Bliss finanziata da Kyle aveva avuto lo scopo di trovare la tomba del Faraone Intef V (il quale aveva regnato nell’Alto Egitto a Tebe durante la dominazione degli Hyksos) e che aveva visto la partecipazione di: Meryt-Amen, l’affascinante giovane moglie egiziana del dottor Bliss, e del suo enigmatico servitore egiziano Anupu Hani, oltre a Robert Salveter, assistente del Museo Egizio e nipote di Kyle oltre che erede della sua immensa fortuna.

ELEMENTARE, HEATH
Tutti gli indizi (dalla spilla da cravatta alle impronte delle scarpe trovate vicino al corpo del ricco mecenate) conducono all’illustre Bliss, ma a ritardare a tutti i costi l’arresto è l’acume dell’eccentrico e raffinato Philo Vance, che nota fin troppe incongruenze. Inoltre, in questa indagine, Vance dimostra di avere anche un’abbondante infarinatura di egittologia, tanto da poter scrivere e tradurre i geroglifici come se nulla fosse.
Più che quello con Markham, i battibecchi più piacevoli sono quelli tra Philo Vance, che riesce subito a vedere le grandi macchinazioni dietro i delitti all’apparenza più semplici, e il sergente Heath della Squadra Omicidi, il quale opta sempre per la via più ovvia e immediata. Il copione è assodato: sulle prime Heath non dà retta alle supposizioni di Vande e si impunta ad arrestare il primo sospettato, e solo in un secondo momento Vance dimostra inconfutabilmente le sue ragioni. La cosa più curiosa non è solo che i poliziotti lascino Vance girare liberamente per la scena del crimine, ma che gli facciano anche toccare tutto e intascare oggetti incriminanti fino a che non riterrà opportuno rivelarli, ovvero quando tutti gli altri si fideranno completamente della parola del detective senza ricorrere ad alcuno e ulteriore esame scientifico.
Tra l’altro capita che lo stesso Vance possa rivelarsi fallibile e pure le sue prime supposizioni, come in questo caso, possano risultare lacunose. Tutto però poi si aggiusta, è la fiducia in lui è sempre ben riposta. Il rapporto tra lui e Markham è ben descritto dallo stesso autore: “accadeva sempre, tra quei due vecchi amici, che appena uno dei due esprimeva un’osservazione generosa, l’altro immediatamente la contrastava per timore di commuoversi.”

VICESIMARIO
Venti regole per chi scrive romanzi polizieschi è il titolo di un articolo pubblicato nel 1928 su un numero del The American Magazine a firma di S.S. van Dine, narratore e co-protagonista delle indagini di Philo Vance, nonché alias del vero autore.
Se la ventesima regola enuncia una serie di situazioni abusate da cui astenersi totalmente (mozziconi di sigaretta, finte sedute spiritiche, impronte falsificate, alibi del fantoccio, cane che non abbia, il gemello, siringhe e bevande, stanza fintamente chiusa, associazioni di parole, alfabeti da decifrare), di certo alcuni altri punti di questo codice possono dirsi superati dal genere: (4) nessun investigatore può risultare colpevole, (6) deve esserci almeno un poliziotto che indaga e deduce (9) ma non più di uno, (7) ci deve essere almeno un morto, (12) ci deve essere un colpevole soltanto (ma il treno per l’Orient Express è già salpato) perciò (13) si escludono società segrete e associazioni a delinquere, e (19) i delitti devono essere provocati da motivi puramente personali (quindi niente Delitto per delitto).
Ieri come oggi sono sempre condivisibili i seguenti dettami: (5) il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni così come (14) i metodi del delinquente devono essere razionali, (2) non operare inganni nei confronti del lettore, (8) il delitto deve essere risolto con metodi naturalistici (e non ad esempio medianici), (10) il colpevole deve avere una parte nella storia (e non esserne estraneo), (15) la soluzione del problema deve essere sempre evidente, e (18) il delitto non deve mai essere avvenuto per accidente (che potrebbe rientrare negli inganni perpetrati ai danni del lettore).

Per altre regole ancora si può obiettare a seconda dei casi: (3) non ci deve essere una storia d’amore troppo interessante, (11) i servitori né (17) i delinquenti di professione devono mai essere scelti come colpevoli, e (16) un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni di “atmosfera”.
Infine, tornando alla regola numero uno, secondo la quale “il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero“, è proprio questo è il discrimine intorno al quale Alfred Hitchcock ha creato la sua fortunata carriera e praticamente inventato genere il thriller: dando allo spettatore non meno, ma più indizi rispetto al protagonista.
CONCLUSIONI
Pubblicata nel 1930, La dea della vendetta è un’elaborata indagine di cui è stata però criticata la risoluzione in quanto poco verosimile. Ma, ancora una volta, la sorprendente rivelazione finale dimostra come la verità sia sempre stata davanti agli occhi di tutti. Trovo però più strano che non siano state sollevate questioni sull’epilogo dove (SPOILER ALERT): nell’impossibilità di poter dimostrare la reale colpevolezza del Dottor Bliss e quindi di poterlo mettere in galera, Vance suggerisce al servitore Hani di ucciderlo e nessuno lo incolperà di questo; Vance ammette poi la sua responsabilità di fronte a Markham, e al Procuratore tutto sommato sta bene che il suo amico e collaboratore si sia arrogato il diritto morale di sostituirsi alla Legge da lui rappresentata per fare giustizia sommaria!
Nel 1936 uscì un adattamento omonimo con Wilfrid Hyde-White nel ruolo principale, e che attualmente il British Film Institute considera un film perduto poiché non ne conserva copie nei suoi archivi.
Il romanzo scorre senza fronzoli, il ritmo è serrato pur senza scene d’azione. Il delitto della camera chiusa è un classico del giallo, ma stavolta si contamina benissimo con le superstizioni modaiole che la società occidentale del tempo nutriva nei confronti dell’Antico Egitto.
Finito di leggere: domenica 17 maggio 2026.
Nel salutarvi vi invito a leggere La dea della vendetta di S.S. van Dine, ultimo appuntamento della nostra rassegna, e a tornare su questa pagina per dirmi cosa ne pensate.