LA MANO DI FATIMA di Ildefonso Falcones

LA MANO DI FATIMA di Ildefonso Falcones

ILDEFONSO FALCONES

L’avvocato Ildefonso Falcones de Sierra, che esercita a Barcellona, si era già imposto nel 2007 come maestro del thriller storico con il suo esordio narrativo La cattedrale del mare (leggi QUI la recensione, e QUI la recensione del suo seguito, Gli eredi della terra), un successo sensazionale in tutto il mondo con 4 milioni di copie vendute (da noi si è anche aggiudicato il Premio Boccaccio Sezione Internazionale). Dalla Barcellona del XIV secolo, Falcones ci porta con La mano di Fatima (Longanesi, 2009) duecento anni dopo, nella Cordova del XVI secolo, per ricostruire in maniera rigorosa un episodio storico cruciale, ovvero la tragedia dei moriscos, e far riflettere il lettore contemporaneo sull’intolleranza e il fanatismo di cristiani e musulmani.

La prima tiratura spagnola del 2009 era di 50.000 copie, ma entro l’estate vendeva già più di 50.000 copie a settimana. In Italia ha venduto 400.000 copie e ha dominato la classifica per 40 settimane. Famosa oggi come oggetto decorativo in pendenti, portachiavi o decorazioni per la casa, la mano di Fatima cui si deve il titolo del romanzo (e che ha un ruolo centrale all’interno dello stesso), è un amuleto caratteristico che fu simbolo di libertà per i musulmani: la storia descrive infatti una donna di nome Fatima che sacrificò la sua mano per essere liberata.

PARTE PRIMA – NEL NOME DI ALLAH

1568. Tra i musulmani, detti moriscos, che vivono nel villaggio di Juviles spicca Hernando, un ragazzo di quattordici anni dagli occhi incredibilmente azzurri. Hernando ha il sangue misto in quanto è nato da un vile atto di brutalità (la madre morisca fu stuprata da un prete cristiano) e perciò subisce il rifiuto della sua gente: lo chiamano “il Nazareno“, il bastardo cristiano. Lavora come mulattiere, viene maltrattato dal patrigno Brahim, ma al contempo diventa il protetto di Hamid lo zoppo, discendente della nobiltà musulmana di Granada e faqih di Juviles. Come tutti i moriscos, Hernando deve adottare un doppio nome: uno cristiano e uno musulmano, da utilizzare a seconda delle occasioni. Al contrario degli altri, lui che ha già un nome cristiano, quando dovrà scegliere quello musulmano opterà per Ibn Hamid, in onore del suo mentore.

La mano di Fatima_Libri Senza Gloria
La mano di Fatima_Libri Senza Gloria

Nei villaggi delle Alpujarras esplode la ribellione: i rivoltosi musulmani, stanchi di ingiustizie e umiliazioni, si battono contro i cristiani che li hanno costretti alla conversione. La rivolta offre a Hernando un’occasione di riscatto: grazie alla generosità e al suo coraggio (tratti distintivi di tutti i protagonisti di Falcones) conquista la stima di compagni più o meno potenti. Ma c’è anche chi, mosso dall’invidia, trama contro di lui: pure questo genere antagonista corrisponde alla divisione manichea tipica di Falcones.

Nell’inferno degli scontri Hernando conosce una ragazzina che si chiama come la figlia di Maometto, Fatima. Spicca anche lei per i suoi occhi: immensi, neri e a mandorla. Fatima porta un neonato in braccio, avuto da un ragazzo cresciuto insieme a lei come un fratello e che presto scopriremo essere morto. Al collo porta un gioiello d’oro che rappresenta la hamsa, la mano di Fatima, il ciondolo che i cristiani proibivano ai musulmani di indossare, un amuleto che protegge dal male. Hernando decide di aiutare la mamma bambina. Inizia qui la lunga storia d’amore tra Hernando e Fatima, che si dipana attraverso una densità di avvenimenti dettati dalle eterne passioni (l’odio, l’amore, le disillusioni e le speranze) tipiche dei grandi racconti epici.

Nelle storie di Falcones gli amori durano tutta una vita, così come gli odi, probabilmente (proviamo a dare una spiegazione) perché in quelle epoche pochissime persone trascorrevano la vita per sempre insieme negli stessi piccoli posti semi-disabitati. Così, nonostante le molteplici odissee affrontate da Hernando, egli svilupperà un’inimicizia fatale con due uomini di casa: l’odioso mulattiere Habid e il meschino patrigno Brahim. Perso Hamid, Hernando trova un altro mentore nel re Aben Humeya, che gli è riconoscente per avere protetto il tesoro dei musulmani con le sue mule. Hernando dunque si rivolge al re per chiedere Fatima in sposa, sì perché innamorato, ma soprattutto per sottrarla alle grinfie del patrigno: questi per vendetta picchierà la madre Aisha ogni volta che lui si avvicinerà a Fatima, e Fatima (pur innamorata di lui) lo odierà per aver preso quella decisione senza averla prima consultata.

In questa occasione Hernando salva dai giannizzeri una giovane schiava, Isabella, dopo che il suo fratellino Gonzalico è stato barbaramente sgozzato da Habid, e la restituisce ai cattolici. Quando il re viene spodestato e il potere preso dal cugino usurpatore Aben Aboo, il patrigno Brahim (che nel frattempo è diventato luogotenente di Aboo) può prendere in sposa Fatima, neanche quattordicenne, e vendere il figliastro al rais Barrax. Quando Giovanni d’Austria ottiene la sua vittoria e concede l’amnistia, Hernando userà la spada del Profeta – ricevuta in dono dal mentore Hamid, che ha visto in lui il prescelto, metà cristiano metà musulmano, e di conseguenza la scimitarra fa di lui il prescelto – e con la spada sacra decapiterà il capitano corsaro che lo tiene prigioniero, quindi la seppellisce per non farla cadere nelle mani dei cattolici. Adesso Hernando può far valere la sua doppia natura cristiana e, adottando il cognome di Ruis, riottiene Fatima, mentre Filippo II ordina l’espulsione dei moriscos dal regno di Granada. In questi brevissimi attimi di felicità, purtroppo, avviene anche la dolorosa morte di Human, il primogenito di Fatima.

PARTE SECONDA – NEL NOME DELL’AMORE

Sotto i cristiani a Cordova, la famiglia di Hernando si ricongiunge al vecchio mentore Hamid, che ora si fa chiamare Francisco. Ora tutti devono adottare un nome cristiano, compreso Brahim che in pubblico deve farsi chiamare José. La situazione coniugale si complica: se pubblicamente agli occhi dei cristiani Hernando e Fatima sono uniti in matrimonio, privatamente agli occhi dei musulmani Fatima è ancora la sposa di Brahim, al quale darà un nuovo figlio, Shamir.

Se di giorno Hernando lavora allo sterco di una conceria, di notte si dedica al contrabbando di vino insieme al nuovo amico Juan, ad altre piccole truffe e alla ricerca di informazioni per le prigioni, tutto per racimolare in maniera sfrontata e illecita quanto necessario per riscattare la libertà di Fatima. Nel frattempo a Brahim vengono concessi due mesi di tempo per dimostrare alla comunità di poter mantenere la moglie, altrimenti sarà accettata la richiesta di divorzio avanzata dalla donna. Brahim scapperà per fare fortuna altrove come terribile corsaro, diventando il Monco della Sierra Morena.

Hernando si fa notare durante una sanguinosa gara dei tori e viene assunto per badare ai cavalli di don Diego Lopez de Haro, cavaliere ventiquattro di Cordova, scudiero reale di Filippo II. Non diversamente dal patrigno, pure Hernando si farà un nome, ma come cavallerizzo delle scuderie reali, e nei successivi cinque anni avrà due figli da Fatima: Francisco (in onore al suo mentore Hamid, che riuscirà persino a riscattare furbamente dal postribolo dove lavora come schiavo) e Inés. Essendo uno dei pochi musulmani istruiti nel leggere e nello scrivere, Hernando viene coinvolto attivamente nella copiatura e vendita clandestina del Corano, trovandosi così a sfidare la terribile Inquisizione. Nulla però in confronto alla vendetta di Brahim che torna per uccidere Ubaid e rapire Fatima e i suoi figli. Con la complicità di Aisha, Hernando li crederà morti, e dalla sua pazzia riuscirà a salvarlo solo il duca don Alfonso, conosciuto molti anni prima e che ancora gli è riconoscente.

PARTE TERZA – NEL NOME DELLA FEDE

Hernando perde la fiducia da parte del suo popolo (e di sua madre) quando si viene a sapere che nella vecchia guerra aveva prestato aiuto ai cristiani. Si ritrova a ricominciare tutto daccapo sotto l’ala di don Alfonso e l’odiosa donna Lucìa. Impara le buone maniere, si affina insieme agli hidalgos, e mette le mani sulla trascrizione araba di un vangelo apocrifo, quello di Barnaba, che approverebbe la dottrina musulmana. Condivide il suo segreto con un nuovo amico a Cordova, il pittore Cesare Arbasia, realmente esistito, che dipinge Cristo così come lo filmava Pasolini: come un uomo comune.

In questo periodo viene spedito dal duca insieme al cugino, l’hidalgo Don Sancho, nelle Alpujarras per trovargli buoni cavalli: invece ritrova la giovane cattolica Isabella, ormai cresciuta e diventata moglie di don Ponce di Hervàs, giudice della Reale Cancelleria di Granada. Al figlio ha dato il nome di Gonzalico, in ricordo del fratellino ucciso davanti ai suoi occhi. Qui Hernando viene ancora una volta avvicinato dalla Santa Madre Chiesa per assistere il notaio del Capitolo a stendere il martirologio. Hernando ha sempre avuto l’anima divisa in due, metà musulmana metà cristiana, e così succede al suo corpo, che se per metà della vita è stato consacrato a Fatima, ora che la crede morta, si convince a cedere l’altra metà a Isabella: trova in lei un’amante desiderosa ma che poco si concede, per via del senso di colpa cristiano. Grazie alle lezioni di Fatima, Hernando insegnerà anche a lei come godere dei piaceri della carne… fino a destare le attenzioni di suo marito don Ponce! Riceverà la protezione di Don Pedro, a capo dei musulmani infiltrati nell’arcivescovado di Granada.

Grazie alla lettura del vangelo apocrifo di Barnaba, scova il punto in comune fra le due fedi: la Santa Vergine Maria, venerata allo stesso modo dai cristiani e dai musulmani.

Gli anni trascorrono pure nella città corsara di Tetuan, dove Fatima si decide a uccidere Brahim, mentre i figli (fattisi le ossa nella guerra di corsa contro i cristiani) ereditano il potere. Aisha respinge il messaggero di Fatima, alla quale arriva quindi voce del tradimento di Hernando: lei e i suoi figli iniziano a odiarlo e non vogliono più saperne nulla.

PARTE QUARTA – NEL NOME DI NOSTRO SIGNORE

Morta Aisha, dopo condanna dell’Inquisizione, ma non prima di essersi riappacificata con il figlio, Hernando stringe amicizia con lo storpio Miguel (unico in grado di dormire sotto gli zoccoli del suo cavallo senza paura di morire) e lo porta in casa. Miguel si innamora della cristiana Rafaela, giovane figlia di un fabbricante di aghi coinvolto nel traffico degli esposti, e per sottrarla al convento convince Hernando, seppur riluttante, a sposarla. Avranno dei figli, li cresceranno in nome di entrambe le religioni, perseguendo una pacifica convivenza.

Quando il trono passa al successore Filippo III, e la peste imperversa per la città, i moriscos si preparano a impugnare nuovamente le armi. Hernando rimane sconvolto nello scoprire che Fatima è ancora viva, e anche i suoi figli, che una notte gli tendono un’imboscata accusandolo di codardia e minacciando alla sua vita. L’accertamento di hidalguìa di Hernando, uno stratagemma adottato da molti moriscos per aggirare il bando di espulsione, viene respinto dalla Reale Cancelleria di Granada. Insieme alla sua famiglia viene deportato in Berberia (dove sovente pensava di  fuggire) e qui inaspettatamente si ricongiunge a Fatima, ricchissima, e libera anche dal giogo dei figli scomparsi in mare.

Hernando decide però di seguire la sua nuova famiglia. L’happy ending che tutti ci aspettavamo è precluso al protagonista. Nell’epilogo comunque il re gli concede di tornare in patria, di riprendere possesso dei beni confiscati, ma soprattutto ottiene il perdono di Fatima.

Ciascuna delle quattro parti di cui si compone il romanzo (e a volte alcuni dei capitoli di cui si compongono le parti) viene introdotta da una citazione storica in esergo. Dopo l’epilogo, arriva la Nota dell’autore con maggiori precisazioni a livello storico.

Ciascuna delle quattro parti di cui si compone il romanzo (e a volte alcuni dei capitoli di cui si compongono le parti) viene introdotta da una citazione storica in esergo. Dopo l’epilogo, arriva la Nota dell’autore.

STILE

La lotta di Hernando per il proprio destino, nel trascorrere di questo fiume narrativo in piena, si è dunque fatto il perno della lotta per la convivenza (familiare, civile, sociale, religiosa, ecc.). Nell’epopea di un intero popolo, all’ombra del potere oscuro dell’Inquisizione e della nobiltà, si legge dunque la storia attualissima dello scontro fra religioni. Per avvincerci, Ildefonso Falcones intreccia la Storia con la s maiuscola a una trama ricca di amori e passioni, tradimenti e rivalse, intrighi e lotta per la vita. Scene di una tale violenza, e descritte in modo così cruento, da fare male allo stomaco, più di qualsiasi immagine: sembra di vivere sulla nostra pelle come la guerra abbrutisca l’animo umano, al di là della confessione per la quale si combatta. Come la vita ci esponga ai rovesci di fortuna: ora sono i buoni ad avere la meglio e ora i cattivi, e tutte le volte chi è sopra si vendica di chi è sotto.

La mano di Fatima riconferma la predilezione dell’autore per personaggi, come si dice, larger than life. Uomini venuti dal nulla, tormentati, che però eccellono in qualsiasi campo il destino decida di farli applicare in ogni momento della loro singolare vita (il mulattiere da ragazzino, lo stalliere da adolescente, lo scrivano da adulto e via dicendo…); capaci di attirarsi le violenze gratuite di irascibili uomini malvagi così come la protezione di clementi e magnanimi uomini santi. Eppure si sforzano di non fare mai il salto da eroe, ma di rimanere comuni esseri mortali con i piedi ben piantati per terra.

Gli animali rivestono un’importanza capitale, una per ciascuna delle quattro sezioni del volume: la fidata mula conosciuta come la Vecchia che Hernando regala a don Alfonso; il cavallo da lui domato, Azirat, e per salvare il quale si mette nei guai, salvato stavolta da don Alfonso (e, metaforicamente, ancora una volta dalla Vecchia); il nuovo velocissimo cavallo Volador nelle ultime due parti, grazie al quale farà la conoscenza del miglior amico di sempre, Miguel.

CONCLUSIONI

Quella di Hernando e Fatima è una storia d’amore ostacolata da mille traversie e scandito da un continuo perdersi e ritrovarsi. Un susseguirsi di avventure con tanto di pirati, quasi dal sapore salgariano, che assumono però un ritmo tanto frenetico che a lungo andare, con il complicarsi del mosaico dei personaggi, è difficile tenere tutto a mente, più difficile sicuramente da seguire rispetto alla linea romantica (e tragica).

L’apparato descrittivo, per quanto ineccepibile in fatto di contestualizzazione, appesantisce ulteriormente la scorrevolezza, principalmente nella prima metà. Inoltre l’accurata documentazione storica, spesso presentata come cornice storica (dettagliata a inizio e fine della narrazione romanzata), sembra a volte scollegata dalle vicende personali dei piccoli protagonisti, non a livello narrativo, ma proprio a livello di digressione. Le pagine sono moltissime, ma tutte necessarie (al netto di alcune dissertazioni storiche-geografiche di cui prima) per far prendere corpo a questo emozionante personaggio davanti ai nostri occhi.

Animando con innumerevoli colpi di scena una pagina dimenticata della storia, Ildefonso Falcones ci mette in guardia dai pericoli dell’integralismo e ci fa conoscere meglio una religione che tanto peso ha nella nostra epoca per la nostra società. Soprattutto oggi che un messaggio di convivenza tra fedi diverse è quanto mai necessario.

Finito di leggere: giovedì 20 aprile 2023.

Nel salutarvi, vi invito a leggere La mano di Fatima di Ildefonso Falcones, e a tornare su questa pagina per dirmi cosa ne pensate.

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