LA STRADA di Cormac McCarthy
OLTRE LA FRONTIERA
Cormac McCarthy è stato romanziere, drammaturgo e sceneggiatore fra i piú grandi della letteratura americana degli ultimi sessant’anni. Le sue opere, tra cui Cavalli selvaggi (leggi QUI la recensione) e Non è un paese per vecchi (leggi QUI la recensione), hanno vinto prestigiosi riconoscimenti letterari come il Premio Pulitzer e il National Book Award, e sono state tradotte in oltre 50 paesi e spesso in importanti film per il grande schermo.
La strada (edito da Einaudi) ha vinto il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa nel 2006 e il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2007. Se da una parte il cambio di genere da parte di McCarthy può risultare spiazzante, presto il lettore si accorge di trovarsi dinanzi a una nuova frontiera, richiamata da quella strada infinita, da sempre simbolo dell’America, e ora bussola desolata di una dolorosa e grigia odissea.
ODISSEA AMERICANA
Il mondo è stato distrutto da un non meglio precisato olocausto, anche se molti indizi puntano alla sua origine nucleare. Gli animali sono stati spazzati via, gli umani decimati, e quei pochi sopravvissuti vivono ora in uno stato primitivo.

Dieci anni dopo, un padre e un figlio piccolo, entrambi senza nome, attraversano una strada asfaltata che taglia gli Stati americani. Con il parka e il cappuccio affrontano paesaggi innevati, si muovono in questo mondo buio e freddo come fossero morti viventi senza però essere zombie. Sono diretti al sud, verso il mare e una barca abbandonata.
Lungo il viaggio visitano la casa d’infanzia, incrociano un terremoto, e nel frattempo il padre racconta la propria vita al bambino, alternando al presente i flashback sul suicidio della moglie, la nascita del figlio durante la guerra e via dicendo. Negli zaini uomo e figlio hanno tutto l’essenziale, compresa una pistola, nella quale sono rimasti solamente due colpi. Il padre non li conserva per difesa, ma nel caso debbano suicidarsi, proprio come ha fatto la moglie.
I due spingono un carrello, sul quale raccolgono gli altri pochi averi. Sul manico del carrello è attaccato un retrovisore da motocicletta cromato per guardarsi alle spalle. Quando il cibo finisce, si avventurano tra le macerie, ad esempio per una scorpacciata di funghi. Le macchine sono ricoperte di cenere, e ogni tanto trovano qualche cadavere rinsecchito, più raramente incontrano profughi come loro imbacuccati dalla testa ai piedi. E sanno che da un momento all’altro possono imbattersi in bande di disperati e carovane di predoni.

ALLA FINE DEL VIAGGIO
Nonostante l’apocalisse, il figlio può ancora bere la sua prima lattina di cola trovata in un supermarket, spalmare il burro sulle focaccine o fare un bagno caldo. Piccoli momenti quotidiani ora diventati eventi eccezionali. Allora la salvezza, forse, è ancora possibile.
Questo è sempre più chiaro agli occhi del padre, indebolito dalle fatiche, mentre il figlio dà prova di maggiore civiltà e grande umanità. Se lo stile minimalista dell’autore sembra remare verso il distacco, in realtà la storia si conclude con una insperata nota ottimistica che non può non emozionare.
Dal romanzo è stato tratto un fumetto disegnato da Manu Larcenet, ma è più famoso l’adattamento cinematografico firmato da John Hillcoat, The Road (2009). Nel film padre e figlio hanno i volti, rispettivamente, di Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee, mentre la donna è Charlize Theron. Il salto temporale tra il presente della vicenda e l’ora dell’apocalisse si amplia a quattordici anni, ma per il resto l’andamento della trama può dirsi molto fedele alla fonte.

CONCLUSIONI
Quando McCarthy scrive “Pensò che se fosse sopravvissuto abbastanza a lungo, del mondo alla fine non sarebbe rimasto più nulla. Come il mondo morente abitato dai nuovi ciechi, che lentamente si cancellava dalla memoria” sembra di leggere una citazione di Cecità (leggi QUI la recensione), il romanzo post-apocalittico di José Saramago.
I tipici dialoghi disincarnati, ovvero senza virgolette che li separino dalla voce del narratore, fanno il paio con la mancanza di divisione in capitoli, infatti sono presenti soltanto delle spaziature bianche per separare i capoversi e indicare un salto temporale.
La forma stilistica (scarna e asciutta) e il numero di pagine (più vicina a un racconto lungo che a un romanzo) spingono a leggere velocemente, ma il contenuto drammatico e altamente toccante obbliga a rallentare e a vivere questo viaggio fianco a fianco con i protagonisti, un passo alla volta.

Non aspettatevi trame intrecciate e colpi di scena, questo non è uno sci-fi tradizionale ma più vicino a un saggio antropologico. Vedere la fine del mondo con gli occhi di questo scrittore è tutta un’altra cosa.
Finito di leggere: sabato 20 giugno 2026.
Nel salutarvi vi invito a leggere La strada di Cormac McCarthy, ultimo appuntamento della nostra rassegna, e a tornare su questa pagina per dirmi cosa ne pensate.