LA TRAGEDIA IN CASA COE di S.S. van Dine
IL MIGLIOR AMICO DI VANCE
S.S. van Dine non ama perdere tempo e La tragedia in casa Coe non fa differenza: nonostante i fatti avvengano tre mesi dopo “il delitto dello scarabeo” (leggi QUI la recensione de La dea della vendetta), si parte subito con il delitto, che ci viene presentato (come sempre, ma con qualche cambio di aggettivi e superlativi) come “il problema criminale più delicato e insieme più arduo” mai affrontato.
La casa Coe del titolo, ove si consuma il crimine, si trova sulla 71ª Strada Ovest di New York, a qualche civico di distanza dove appena l’anno successivo, nel 1934, avrebbe fatto il suo esordio Nero Wolfe: un investigatore che, per ammissione del suo autore Rex Stout, deve moltissimo proprio a Philo Vance. Sarà una coincidenza?
Nell’elegante Manhattan degli anni ’30, dunque, ancora una volta la vittima è un amico comune di Vance e di John F.X. Markham, il procuratore distrettuale di New York: si parla dell’arrogante collezionista di ceramiche cinesi Archer Coe. Se già sapevamo che l’enciclopedico dandy Philo Vance è un esperto di ceramiche cinesi, per la prima volta (ed è quantomeno strano che ciò avvenga al sesto romanzo della serie) ci viene presentato un suo dettaglio biografico che avrà fondamentale importanza per la risoluzione del caso: Vance ha da anni un allevamento di “terriers” scozzesi nel New Jersey dove si diletta di alberi genealogici canini.

L’ENIGMA DELLA CAMERA CHIUSA
A proposito della vittima, Archer Coe sembra essersi sparato un colpo alla testa: il cadavere tiene la pistola in pugno e si trova in una camera chiusa dall’interno. Il corpo è stato trovato dal suo cameriere Gamble, il quale ha subito avvertito un intimo della casa, Raymond Wrede, collezionista dilettante, che si presenta in compagnia di Edoardo Grassi, emissario del Museo di Antichità Orientali di Milano. Wrede è anche intimo di Hilda Lake, la nipote dei fratelli Coe: la vittima Archer, e Brisbane che, al momento del suicidio, si trovava a Chicago.
Il caso sembra andare contro qualsiasi logica ma non appena Vance vi punta sopra il suo occhio critico scopre, anzitutto, che l’uomo è stato assassinato due volte e che, in secondo luogo, nella stessa notte in quella casa è avvenuto un secondo delitto. L’erudizione di Vance sull’assassinio dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria del 1898 combinata alla sua sorprendente conoscenza delle gare di cani di razza rappresenteranno il bandolo per sciogliere la matassa.
Giunti al sesto episodio ormai è davvero poco credibile e anzi fa ridere leggere di come l’autore-personaggio S.S. van Dine si muova in ogni scena del crimine come osservatore invisibile praticamente ignorato da chiunque: poliziotti, testimoni, assassini e complici. Semplicemente è come se la narrazione pretendesse che lui stia lì unicamente a nostro beneficio, infischiandosene di ogni verosimiglianza.
Immancabile pure il divertente siparietto con l’irritabile Dottor Doremus, medico legale della Polizia, sempre disturbato quando mangia per essere convocato sul luogo del delitto, che inizia svogliatamente le sue analisi sul posto per dimostrare poi (dietro sollecitazione delle punture ironiche di Vance) grande professionalità e competenza scientifica.

CONCLUSIONI
Nello stesso anno di pubblicazione del romanzo uscì al cinema il suo adattamento, Il pugnale cinese, diretto da Michael Curtiz e interpretato da William Powell, che in tutto impersonò sei volte Philo Vance. Si segnala inoltre che nella seconda metà del libro, scritta a quasi un anno di distanza dalla prima, fanno la comparsa nel ruolo di sé stessi diversi amici di van Dine nella vita reale.
In questa fase di mezzo della serie, si comincia ad avvertire una carenza di idee originali e soprattutto un riciclo di soluzioni che l’autore aveva già messo in pratica nei casi precedenti. La presenza di Liang Tsung Wei, il cuoco cinese di casa Coe dove si collezionano porcellane cinesi, richiama lo schema del precedente La dea della vendetta, quando tra i sospettati contavamo un servitore egiziano in una casa dove si esponevano antichità egizie. Se van Dine arriva ad autocitare uno stratagemma già messo in atto dal colpevole ne La canarina assassinata (leggi QUI la recensione), è la mancanza nella libreria di casa Coe di un trattato su delitti irrisolti, al quale l’assassino si è evidentemente ispirato, il ripetersi di un’identica situazione già vista ne La fine dei Greene (leggi QUI la recensione).
L’omicidio del libro è considerato uno dei classici dell’enigma della camera chiusa, che John Dickson Carr cita nel suo romanzo Le tre bare. Ma bisogna riconoscere che ci sono fin troppe coincidenze e che più si avanti più il giallo si fa verboso.
Finito di leggere: sabato 13 giugno 2026.
Nel salutarvi vi invito a leggere La tragedia in casa Coe di S.S. van Dine, ultimo appuntamento della nostra rassegna, e a tornare su questa pagina per dirmi cosa ne pensate.