L’ASSASSINIO DEL COMMENDATORE. LIBRO PRIMO di Haruki Murakami

L’ASSASSINIO DEL COMMENDATORE. LIBRO PRIMO di Haruki Murakami

STORIA DEL LIBRO PRIMO

Divorziato dalla moglie, un ritrattista su commissione di trentasei anni inizia a vagabondare nell’Hokkaido finché un vecchio amico non gli offre l’eremo a Odawara di suo padre, il famoso pittore giapponese Amada Tomohiko, ricoverato in ospizio per demenza senile. Di giorno il protagonista (senza nome come quello di Tenet) esegue il ritratto su commissione del facoltoso e misterioso vicino di casa. La sera viene svegliato dal sinistro richiamo di una campanella che proviene da sotto un tumulo.

La storia de L’assassinio del commendatore può essere riassunta in poche righe, e un altro autore l’avrebbe raccontata in appena un centinaio di pagine, ma noi è di Murakami che stiamo parlando. Solo lui riesce a stregarci per centinaia e centinaia di pagine facendoci fare lenti progressi narrativi, pagina dopo pagina, e deliziandoci di tutto lo spiritualismo di cui è pervasa (e diffonde) ogni sua singola parola.

DITTICO

La scelta di dividere la storia in un dittico ha già avuto in Murakami un precedente in 1Q84 (diviso in tre volumi, ma da noi pubblicato in due). Entrambi i volumi sono stati pubblicati da Einaudi, il primo nel 2018, il secondo nel 2019. Chi interrompe la lettura alla fine del Libro Primo può effettivamente provare una sensazione di sospensione, soprattutto nel lettore che avrebbe apprezzato maggiormente la storia unica, vedendo nella prima soltanto la parte introduttiva. Fortuna che noi ci troviamo a parlare dell’edizione integrale che raccoglie entrambi i volumi, sempre edita da Einaudi, con le illustrazioni di Noma Bar, e le note al testo della traduttrice Antonietta Pastore.

L'assassinio del Commendatore_Libri Senza Gloria
L’assassinio del Commendatore_Libri Senza Gloria

In questa nuova storia non abbiamo neppure un coro di personaggi a complicare ulteriormente lo straniante incastro, come succedeva ad esempio in Kafka sulla spiaggia (leggi QUI la recensione), perché seguiamo in maniera lineare, dall’inizio alla fine, il punto di vista di uno e di uno soltanto personaggi, il protagonista. Egli è un pittore come Amada, il precedente proprietario di casa, abbiamo detto, e ora aggiungiamo che entrambi condividono la passione per l’opera lirica.

LIRICA

Il ritrattista al centro della trama ascolta Puccini e intanto comincia a informarsi su Amada scoprendo un “buco nero” nella sua biografia, quando l’uomo visse a Vienna per viaggio di studio durante l’ascesa di Hitler: tornato in patria nel dopoguerra i quadri di Amada hanno cambiato stile abbandonando l’arte occidentalizzante e raggiungendo un incredibile successo. Il nuovo stile si riferiva al “nihonga“, una pittura bidimensionale molto allegorica, distante dalla tridimensionalità realistica occidentale.

L’interesse per la sua storia aumenta quando il protagonista ritrova l’unico dipinto che Amada non ha mai reso pubblico, scovandolo impacchettato nel sottotetto della casa.

Edward G. Robinson in Piccolo Cesare (1931) di Mervyn LeRoy

DON GIOVANNI

Su questa tela il pittore Amada Tomohiko dipinge la prima scena della famosa opera di Mozart Don Giovanni, ed esattamente il momento in cui l’omonimo protagonista uccide il commendatore, ma lo fa appunto nello stile nihonga ispirato al periodo Asuka unendo quindi due mondi distanti.

Scelta particolare, se si pensa che la figura del Commendatore non esisteva nel Giappone dell’epoca. Così Don Giovanni e il suo domestico Leporello (che in un quaderno segna tutte le donne sedotte dal padrone), il Commendatore e sua figlia, la bellissima Donna Anna, vestono abiti orientali e hanno volti giapponesi, ma c’è un quinto personaggio, con la faccia simile a una melanzana distorta, che compare nella natura attraverso una misteriosa botola. Un personaggio inesistente nell’opera lirica e che spinge il protagonista a indagare su questo misconosciuto capolavoro.

SURREALE

Sebbene non ci sia nessun reale contrappunto a creare autentici antagonismi, ritornano le atmosfere magiche di Murakami, uniche nel saper mettere a nudo l’interiorità dei suoi personaggi. Il facoltoso cliente e vicino di casa del protagonista è Menshiki Wataru. Grazie a lui rimuove il tumulo e rinviene la misteriosa campanella. Una volta portata dentro casa, è come aver invitato ad entrare una sorta di fantasma, una “idea” che può temporaneamente abbandonare la “surrealtà” del suo mondo e incarnarsi in forma corporea. Tale spiritello assume la forma del Commendatore (non ci viene mai specificato però se si muove in una prospettiva bidimensionale anche nella realtà, come le entità Jerry di Soul) con un’espressione simile a quella di Edaward G. Robinson, l’attore famoso come gangster del proibizionismo (vedere Piccolo Cesare per credere). Non a caso il libro primo era sottotitolato “Idee che affiorano“. A metà fra lo Stregatto e Marlon Brando, curiosamente è un’idea che non riesce a comprendere tutte le idee.

Soul (2020) di Pete Docter e Kemp Powers

Come abbiamo anticipato, in questo primo volume la dimensione onirica comincia a sovrapporsi a quella realistica molto tardi rispetto all’economia narrativa, incedendo dunque con eccessiva lentezza (mai banale, sia chiaro!) ma la tecnica espressiva di Murakami mantiene alla perfezione il classico (per lui) equilibrio fra assurdo e razionale, capace di rilassare il lettore, e di farlo scendere in una tranche meditativa.

Finito di leggere: giovedì 15 aprile 2021.

Nel salutarvi, vi invito a leggere L’assassinio del Commendatore. Libro Primo di Haruki Murakami, e a tornare su questa pagina per dirmi cosa ne pensate.

Il prossimo appuntamento è per sabato 3 giugno con “L’assassinio del Commendatore. Libro secondo“!

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