VIA COL VENTO Libro vs Film

VIA COL VENTO Libro vs Film

UN CLASSICO

Il più grande e famoso, forse il solo e unico, grande romanzo popolare americano: Via col vento (1936) è uno dei libri più letti e amati di ogni tempo. Il colossale e vivissimo affresco storico che viene ricordato per la lunga, travagliata ricerca dell’amore di Rossella e la storia impossibile con l’affascinante e spregiudicato Rhett Butler.

Vogliamo precisarlo sin dall’inizio: questo racconto di una delle storie d’amore più note al mondo è molto, molto di più, grazie alla complessità tematica, ai personaggi semplicemente indimenticabili e alla sua stringente modernità. Non a caso ancora oggi colpisce il cuore di milioni di lettori grazie a una rappresentazione storica mai eguagliata, eppure oggi più che mai subisce attacchi revisionisti per la sua messa in scena “datata” e, per alcuni, “offensiva“.

Giornalista dell’Atlanta Journal, Margaret Mitchell scrisse il suo capolavoro tra il 1926 e il 1929 per darlo alle stampe solo nel 1936. Quando Via col vento è stato pubblicato, il ricordo della Guerra di Secessione era ancora ben vivo nella coscienza di molti americani. Si rivelò un successo clamoroso (quasi 180.000 copie vendute in quattro settimane, 1 milione in sei mesi) trasformando la Mitchell in un personaggio pubblico e facendole vincere il premio Pulitzer l’anno successivo. Ancora oggi il libro è ristampato e continua a vendere milioni di copie. Sostanzialmente la Mitchell non scrisse più niente, pressata dall’improvvisa fama, e si dedicò all’impegno civile nella Croce Rossa, ma quando nel 1949 accarezzò l’idea di tornare alla scrittura morì improvvisamente in seguito a un incidente d’auto.

Via col vento_Libri Senza Gloria
Via col vento_Libri Senza Gloria

IL FILM

La celeberrima trasposizione cinematografica di Via col vento è uscita due anni dopo ed è ancora oggi considerato uno dei migliori film di sempre, ottenendo una fortuna anche superiore a quella del libro. Fu l’apice del divismo, con Clark Gable (La tragedia del Bounty, premio Oscar per Accadde una notte, fermamente voluto dal produttore) e Vivien Leigh (l’interprete Un tram che si chiama desiderio, ci vollero 1.400 provini per scovarla) nelle parti principali.

Gli altri interpreti degni di nota sono: Oliva de Havilland (La porta d’oro e La fossa dei serpenti, due volte premio Oscar come migliore attrice per A ciascuno il suo destino e per L’ereditiera), con il suo fisico minuto e il trasposto martirico è una scelta azzeccata per Melania Hamilton; il bravo Leslie Howard (Schiavo d’amore, La foresta pietrificata, due volte candidato all’Oscar per La strana realtà di Peter Standish e Pigmalione) funziona altrettanto bene come Ashley Wilkes.

Il colossal è firmato alla regia da Victor Fleming (che almeno arrivò alla fine delle riprese, dopo il licenziamento di George Cukor e l’esaurimento nervoso di Sam Wood), ed è prodotto da David O. Selznick che può essere considerato il vero “papà” della pellicola. L’opera vinse otto premi Oscar tra cui miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura non originale, migliore attrice protagonista (Leigh) e non protagonista (Hattie McDaniel nella parte di Mammy, prima afroamericana a vincere un Oscar), più due statuette speciali. Rimase il film con il maggiore incasso nella storia del cinema per oltre un quarto di secolo (ma se adattato all’inflazione monetaria esso mantiene tale record tuttora).

Pellicola simbolo dell’esagerazione hollywoodiana, colpì la critica per la veridicità delle ricostruzioni e la grandiosità delle ambientazioni. Nella liste delle migliori battute di sempre, troverete sicuramente tre frasi del film: “Francamente me ne infischio“, “Dopotutto, domani è un altro giorno“, “Lo giuro davanti a Dio… non soffrirò mai più la fame“.

Il film è oggi aspramente criticato (sorte non dissimile da quella toccata alla fonte letteraria) in particolare perché adotta il punto di vista degli schiavisti degli stati del Sud, esprime la cultura segregazionista americana della prima metà del Novecento, quindi risulta ampiamente basato su stereotipi razzisti (particolarmente evidenti nella rappresentazione dei modi, degli atteggiamenti e del linguaggio degli afroamericani).

STORIA E SEQUEL

Via col vento (qui nella traduzione Mondadori di Ada Salvatore ed Enrico Piceni) racconta la storia di Rossella O’Hara, la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. La sua vita facile e agiata viene scossa dai venti della Guerra Civile che cominciano a spirare sul Sud degli Sati Uniti. In pochi anni viene spazzata via la società schiavista. Rossella è una donna impreparata ai sacrifici, ma è armata di spirito di conquista. Dovrà affrontare ogni sorta di avversità: la tragedia della guerra, la decimazione dei suoi parenti, la necessità di doversi fare carico della piantagione di famiglia e di adattarsi a una nuova società.

Esiste un sequel letterario, Rosselletta (1991), di Alexandra Ripley, da cui tre anni dopo è stata tratta una miniserie televisiva con Joanne Whalley-Kilmer (Rossella O’Hara) e Timothy Dalton (Rhett Butler), e racconta il trasferimento di Rossella in Irlanda dopo essere rimasta incinta da Rhett. Nel 2008 è uscito Il mondo di Rhett: Il ritorno di Via col vento di Donald McCaig (scelto dai discendenti della Mitchell), un retelling del mito narrato stavolta dal punto di vista di Rhett.

DALLA PAGINA ALLO SCHERMO (1)

Meglio il libro o il film? Sarebbe come dire: meglio un capolavoro o un classico? Partiamo dall’inizio, ossia individuando tutte le differenze (per ovvie, giustificabili o meno, ragioni) tra libro e film:

– l’avvincente passato della famiglia O’Hara, al quale nel libro dedicato un intero capitolo, manca nel film perché distrarrebbe troppo dal plot principale;

– manca la compra di Prissy ad opera di Gerald O’Hara, papà di Rossella, “obbligato” ad acquistarla insieme alla madre (a sua volta voluta dallo schiavo di casa Pork);

– nel libro Rhett arriva alle Dodici Querce come ospite di Franco Kennedy, mentre nel film si semplifica ed è direttamente ospite del padrone di casa Ashley Wilkes (cosa che rende più complesso per lo spettatore comprendere quanto Ashley stia antipatico a Rhett);

– nel libro Rossella accetta la proposta di matrimonio Carlo Hamilton per mettere a tacere i pettegolezzi sul suo interessamento verso Ashley, nel film lo fa per dispetto verso Ashley che bacia Melania;

– nel film la madre manda Rossella ad Atlanta per tirarla su di morale vista la dipartita di Carlo morto di polmonite mentre prestava servizio nell’esercito confederato, nel libro Rossella cade in depressione per l’isolamento e la gravidanza non voluta ed è Melania ad invitarla a raggiungerla ad Atlanta (nonostante Rossella la odi, accetta perché la città offre molti più svaghi);

– manca nel film la sequenza dell’arrivo di Rossella ad Atlanta con la conseguente presentazione dell’autocratico Zio Pietro, personaggio che nel film passa quasi in secondo piano mentre nel libro rivaleggia con la dispotica Mammy in fatto di schiavi domestici tanto “intrattabili” quando “affezionati”;

– nel film sono ridotte al minimo indispensabile le sequenze di Rossella e Melania in veste di infermiere per conto della Causa (la guerra che si illudono di vincere contro gli yankee);

– dopo la sconfitta, quando Rossella fa ritorno a Tara, nel film si passa sotto silenzio la sua dipendenza dell’alcolismo;

– nel film non c’è traccia della sequenza in cui Rossella e Melania uniscono le forze per impedire che l’incendio provocato da un’altra incursione degli yankee nei campi di cotone divampi, e così insieme salvano in tempo tutte le provviste di cibo;

– se Gerald O’Hara muore sempre cadendo da cavallo, nel film avviene mentre insegue Giona Wilkerson, l’ex sorvegliante da lui licenziato prima della guerra e ora tornato per acquistare la piantagione, a differenza che nel libro dove succede in maniera meno gloriosa dopo una sbornia;

– nel film sono stati eliminati del tutto i fondamentali personaggi di Will Benteen, un soldato accolto in casa quando Melania decide di fare di Tara un ospedale di soccorso per i sopravvissuti di ritorno dal fronte, e di Archie, lo scorbutico nero ex galeotto devoto a Melania e che per suo ordine farà da guardia del corpo a Rossella per un certo tempo;

DALLA PAGINA ALLO SCHERMO (2) 

– eliminati altresì dal film i figli di Rossella avuti prima del matrimonio con Rhett: Wade, avuto da Carlo Hamilton sin quasi dall’inizio del romanzo, e la “brutta” Ella Lorena, avuta da Franco Kennedy;

– quando Rossella e Rhett convolano a nozze tra la disapprovazione generale, dalla proposta si passa alla luna di miele a New Orleans facendo a meno dei “tempi tecnici” datisi dalla coppia per rispettare la vedovanza di lei;

– mentre Rhett attende di là che Rossella metta al mondo sua figlia Eugenia Vittoria AKA Diletta, non trascorre il tempo soltanto scherzando con Mammy, come si vede nel film, ma anche coccolando Wade da bravo patrigno (ma, come detto sopra, Wade non c’è più);

– quando Rhett e Rossella nel film portano a passeggio la neonata Diletta, il primo rimprovera la seconda di aver perduto la dignità di fronte ai suoi pari, ma non è stato mostrato che il tracollo della reputazione di Rossella è avvenuto anche per colpa di Rhett quando, la coppia tornata di New Orleans, per l’inaugurazione della nuova sontuosa casa l’uomo ha invitato repubblicani (invisi ai loro amici) e Bullock, il nuovo governatore della Georgia, nonostante le proteste della moglie;

– Rhett è premuroso e attento nei confronti dei figli, in particolare di Diletta, e per il bene della bimba decide di riconquistare la simpatia delle famiglie della contea; ad esempio facendosi consigliare un rimedio per impedirle di succhiarsi il pollice e perciò sente il parere della signora Merrywether (nel film durante una passeggiata, nel libro nell’ufficio di Rhett in banca quando decide di concederle un prestito senza garanzie), signora la quale nel film subito dopo bisticcia con un’amica su chi per prima debba accaparrarsi l’onore di organizzare una festa per Diletta (nel libro non si arriva mai a tanto!);

– Rossella decide di negarsi al marito e di dormire in due camere separate per restare fedele ad Ashley, nel libro matura questa convinzione dopo avere incontrato il suo amore segreto, nel film osservando un suo ritratto;

– nella scena della segheria in cui Rossella e Ashley (prima di recarsi al compleanno a sorpresa organizzato per quest’ultimo) parlano del passato e, commuovendosi, si abbracciano come veri amici, vengono scoperti non solo da Lydia Wilkes, ma nel libro anche da Archie che corre a dirlo a Rhett (ma, come detto sopra, Archie non c’è più);

– Diletta si sveglia la notte urlando, convinta di vedere un mostro appollaiato su di lei (il leggendario Incubus), e Rhett corre a consolarla, nel film durante il viaggio a Londra nel libro nella residenza di Atlanta, nel film Rhett licenza una anonima domestica per aver spento le luci in camera e nel libro riversa la sua ira sulla bambinaia di casa;

– nella pellicola non c’è traccia dell’inganno perpetrato da Rhett affinché Rossella venda le segheria ad Ashley;

– nel film si mostra sin da prima (e a ragione) la passione di Diletta per l’equitazione, invece nel romanzo questa fissazione ereditata da nonno Gerald ci viene raccontata nello stesso capitolo in cui tale smania la porta a morire per un incidente a cavallo – nel libro Rhett, dopo una iniziale contrarietà, si fa convincere dalla piccola, cui non riesce mai a dire di no, ad alzare più in alto la staccionata da saltare e sulla quale la bimba perderà la vita; nel film invece Rhett si oppone, insieme a Rossella, a questa pazzia ma Diletta disobbedisce ai genitori e fatalmente cade da cavallo;

– purtroppo nel film il dolore per la perdita di Diletta è smorzato dal fatto che Melania, subito dopo aver convinto un Rhett distrutto a lasciar seppellire la figlia, svenga sul pianerottolo di casa per via del suo malessere; nel libro invece perderà la vita un anno dopo per le conseguenze di un aborto (Rossella inoltre non si trova sul posto, ma torna di gran carriera dopo essere stata avvisata con una lettera);

– sul letto di morte Melania affida Ashley a Rossella e le ricorda l’amore che Rhett prova per lei; subito dopo Rossella si precipita fra le braccia di Ashley sotto gli occhi di Rhett (che nel libro non è presente), il quale se ne va innervosito (il suo sincero amore verso Rossella sembra davvero spezzarsi) perdendosi il momento in cui Rossella matura la consapevolezza di avere amato un’illusione (il sognante Ashley) e che in realtà ella è sempre stata innamorata di Rhett… quella che oggi, senza mezzi termini, definiremmo “una trovata da soap“;

– cambia drasticamente il senso finale delle azioni dei personaggi: nel film Rossella capisce di avere amato un’illusione perché Ashley dice chiaramente di non averla mai amato quando nel libro matura questo pensiero di fronte alla debolezza di carattere dell’uomo (e non perché viene rifiutata); nel film Rhett risponde “Francamente, me ne infischio” alla domanda di Rossella su chi adesso si occuperà di lei quando nel libro è lui a soggiungere questa frase al termine di un ragionamento su cosa farà d’ora in poi sua moglie.

DALLO SCHERMO AL LIBRO

Pazzesco che tutta questa roba stia fuori da un film che dura comunque tre ore e mezza. Chi ha letto il libro prima e visto il film poi, si chiede se uno spettatore ignaro sia in grado di seguire tutto il vorticare di eventi e il correre degli anni senza perdersi fra amori, volti e rovesci di fortuna.

Uno spettatore ignaro che forse troverà che si diano per scontati molti passaggi (ad esempio: avrebbe sicuramente giovato spiegare meglio il ruolo di Rhett nel forzare il blocco durante la guerra).

Il copione è per la gran parte fedelissimo alle battute del libro, ma a volte si ha la sensazione che si corra tanto e che certe sequenze siano talmente compresse che non si ha il tempo sufficiente per immagazzinarle. Eppure tramite didascalie e lettere dal fronte si riesce sempre bene a fissare il periodo storico e a giustificare i necessari salti temporali (equivalenti alle pause nella narrazione della Mitchell per gli aggiornamenti sul progredire della guerra e degli usi e costumi della società).

Cosa invece si guadagna per il grande schermo bisogna davvero sottolinearlo? Che inquadrature, che immagini pittoriche! Dalle cornici dei personaggi (soprattutto i tramonti rossi di Tara, ora con gli alberi rigogliosi ora spogli) alla sequenza esplosiva di Atlanta. Certo, al giorno d’oggi è poco verosimile credere al dialogo di due tizi in carrozza quando lo sfondo mobile alle loro spalle è palesemente posticcio, così come l’effetto Dawson’s Creek di dover credere che attori palesemente adulti siamo dei brufolosi adolescenti. In molte scene, poi, succede spesso che i personaggi esprimano ad alta voce i loro reconditi pensieri, e se funziona quando sono soli (come Rossella che giura al cielo che mai si piegherà al Nord) lo stesso non può dirsi per le scene di gruppo (come Rossella che interrompe la preghiera di famiglia per spiegare il suo piano di dichiararsi ad Ashley prima che annunci il fidanzamento!). Va meglio a Rhett che nel film vediamo esternare i suoi cattivi pensieri su Rossella in uno sfogo con Bella Watling, la tenutaria di Atlanta di lui innamorata.

Ma di tutto ciò noi, francamente, ce ne infischiamo.

LA QUESTIONE DELLA RAZZA

Nel romanzo i neri parlano con la “b” al posto della “p” (“badrona” e non “padrona“), si esprimono con frasi sgrammaticate, sono considerati alla stregua di bambini cui dare il buon esempio, semplici ma fedeli come animali. I padroni devono essere responsabili della moralità e del benessere fisico degli schiavi che Dio ha affidato alla loro cura. Talmente “stupidi“, scrive la Mitchell, che è difficile per i sudisti immaginare le ragioni per cui gli yankee vogliano liberarli. Quando la piantagione di Tara cade in disgrazia, gli schiavi dimostrano un tale “spirito di casta” che i “negri domestici” non vogliono abbassarsi al livello dei “negri contadini” e così è addirittura l’aristocratica Rossella che dovrà sporcarsi le mani per lavorare nei campi di cotone.

La pellicola non è da meno. Prissy, per quanto imbranata e bugiarda nel libro, è grazie al film che guadagna punti di insopportazione: vero che mente sulla sua esperienza di levatrice ma poi addirittura si prende tutti i meriti del parto di Melania, se ne va in giro fischiettando nei momenti peggiori, emette versi striduli e fa i bagagli con una svogliatezza ineguagliabile.

Una rappresentazione oggi improponibile, sia chiaro. Eppure la Mitchell ci mostra come, per certi versi, i vecchi padroni sudisti trattino gli schiavi con più cuore rispetto a quanto non facciano gli yankee che li hanno liberati: per questi i neri non sono meglio di animali qualsiasi, e la loro libertà è solo una questione di potere. Sconfitti gli unionisti, i vincitori dettano il buono e il cattivo tempo tramite l’Ufficio dell’Emancipazione: un’istituzione che difende i neri perché questi in cambio votino per il Nord, li stipendia con la conseguenza che poi nessuno dei giovani neri vuol più lavorare ma al contempo non può più prendersi cura dei bambini e dei vecchi, che finiscono per chiedere l’elemosina per strada.

Emblematica l’esperienza di Big Sam, il grande schiavo nero di Tara che ritorna dal Nord, dove gli yankee fingono di trattarlo bene “e dirmi di essere con loro come se io essere come loro“, ma nei loro spiriti non covano alcuna simpatia per lui, solo un morboso interesse verso le punizioni che gli sono state inflitte. “Io avere abbastanza di libertà!” sbotta Sam: “avere bisogno di qualcuno che pensare darmi da mangiare tutti giorni, e dirmi cosa dovere fare e non fare e curarmi quando essere ammalato.”

I neri possono commettere impunemente crimini contro i vecchi padroni bianchi, ma se un bianco è solamente sospettato di aver fatto male a un nero, bene che gli va viene incarcerato: qui vengono gettati i semi per la nascita del Ku Klux Klan.

Vero, qui sentiamo solo una campana. Ma non possiamo non considerare come, dopo tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, molti di questi temi siano ancora aspramente dibattuti, senza soluzione, al giorno d’oggi.

LA QUESTIONE DEL FEMMINISMO

Nonostante anni di repliche e di scritti critici, tendiamo a credere che purtroppo (anche per via di quel finale che contiene una delle frasi più citate della storia del cinema) il cinismo di Rhett Butler si sia mangiato viva Rossella O’Hara, ed è ingiusto. Quanto era avanti Rossella, in tempi di femminismo non sospetto?

Egoista e manipolatrice di prima categoria sì, ma lavora “più di due uomini messi insieme“, animata da uno spudorato coraggio, pensa al bene suo e della sua famiglia in barba alle convenzioni sociali, fiera portabandiera di tutta una categoria di “onesta” gentaglia. Quando fieramente se ne va in giro da sola, incurante degli straccioni bianchi e dei neri ubriachi, e vorrebbe sfogarsi con amici e parenti per gli insulti ricevuti in strada dalle donne nere, sa che si sentirebbe rispondere “che altro volevi che ti capitasse?

Dopo essere sfuggita al ratto di due balordi, anziché darle conforto la cognata Lydia Wilkes è indignata nei suoi confronti come se fosse convinta che quanto è successo sia avvenuto per colpa di Rossella – l’equivalente dell’odierno “se vai in giro con la minigonna è normale che attiri le attenzioni dei violentatori.” Leggete un po’ lo sbotto di Lydia: “mi disgusti, Rossella, con le tue smanie di essere protetta! A te non importa di avere chi ti protegge! Se t’importasse, non ti saresti esposta come fai da tanti mesi andando in giro per la città e mettendoti in mostra con la speranza che ti ammirino! Quello che ti è successo oggi è semplicemente ciò che ti meriti, e se ci fosse giustizia ti sarebbe dovuto accadere di peggio.” La risposta di Rossella è da applausi a scena aperta.

E invece sul grande schermo Rossella appare meno anticonformista e decisa: anzi la sua esaltata civetteria e i capricci da “donnina“ (dice di odiare la vedovanza esclusivamente perché la obbliga a indossare vestiti neri; dopo essere sfuggita allo stupro piange in maniera “isterica”) sono spinti fino a un’immorale indifferenza (scappa dall’ospedale improvvisato di Atlanta perché stanca dell’ennesima gamba tagliata per cancrena), all’irrefrenabilità degli istinti (quando, dopo la morte della madre, i morsi della fame la portano ad addentare una radice di patata che spunta dal terreno) e all’esaltazione delle debolezze femminili (piange “a comando” per impietosire Melania, che a sua volta convince il marito a seguirla ad Atlanta), tanto da renderla agli occhi dello spettatore più fastidiosa del necessario. La suddetta scena della radice di patata è anche quella in cui Rossella abbandona certi pudori e acquisisce quella forza che invece nel romanzo ha sempre dimostrato di possedere per tutto il tempo.

Di conseguenza l’ostinata e cieca determinazione di Rossella, che suscita le invidie di chi non è all’altezza della sua tempra, invidie che lei stessa è felice di alimentare per ripicca, almeno finché non si accorge di essersi alienata irrimediabilmente le simpatie dei suoi simili, incapaci a concedere una seconda occasione, nel film si confondono con i capricci di un carattere volubile che ha seminato quanto alla fine raccoglierà: un culmine raggiunto dalla fondamentale battuta finale (“Francamente, me ne infischio“) che, come dicevamo, ha ingiustamente soppiantato l’iconica fortezza di cui è fatta la “vera” Rossella (e perciò anche la vera battuta finale che è la sua, nel libro come nel film: “Dopotutto domani è un altro giorno“). Un colpo basso, se vogliamo, all’intero genere femminile, come se non potesse esserle permesso non solo di coltivare illusioni o di sbagliare, ma soprattutto di fare ammenda dopo aver appurato quanto fossero false le cose in cui l’avevano fatto credere.

L’ANTIEROE

Al contrario, Rhett Butler viene dipinto in maniera più eroica rispetto alla controparte letteraria: basti pensare alla spettacolare scena alla stazione di Atlanta, quando prima combatte gli sciacalli umani e poi scampa l’incendio al deposito di esplosivi, tutto per salvare Rossella alla quale si dichiara poco dopo. Citiamo ancora a titolo di esempio come, nella pellicola, Rhett si arrabbi non appena si accorge (nella scena in cella, dove è tenuto agli arresti come prigioniero di guerra) che Rossella lo sta circuendo esclusivamente per mettere le mani sui suoi denari: si direbbe un innamorato deluso piuttosto che un amante disilluso. Nel romanzo le sue gesta sono meno retoriche e appaiono sotto una luce ben più meschina (filtrata comunque dal punto di vista di Rossella).

A ogni modo Rhett è un vero antieroe, un personaggio che ancora si mangia in un boccone centinaia di protagonisti sovversivi venuti ormai per quasi un secolo a seguire dopo di lui. Questo grazie alla scrittura della Mitchell che ha delineato alla perfezione un rinnegato dal cuore d’oro, schietto nel dire quello che pensa sulla guerra (le sue idee politiche non suscitano consensi), fedele solo alla causa della propria ricchezza, restio alle relazioni legittime e assiduo frequentatore di case di piacere (non ha mai goduto di buona reputazione ma, al solito, non gliene importa un granché), a dispetto di ciò rimane una canaglia che non ammette le ingiustizie, un egoista che prova il morso della vergogna nel momento più incosciente, capace di rimettere in discussione le proprie opinioni a seconda della convenienza, e che trova nel sorriso beffardo sotto i baffetti e nella sfacciataggine di Clark Gable la sua migliore e insuperata incarnazione.

CONCLUSIONI

Si possono affrontare oltre mille pagine senza che queste risultino mai prolisse? La risposta è scontata nel caso di Via col vento che, per l’appunto, come già detto è un classico che non ha bisogno di molte presentazioni. Un’opera-mondo i cui personaggi godono di vita propria, che non stancavano e che non stancano.

Per una volta la Storia (con la s maiuscola) è scritta dai vinti (i confederati). Come per il destino toccato a Rossella, è ingiusto che lo stesso romanzo sia passato alla storia principalmente come una vicenda romantica. Leggerlo oggi ha un altro sapore, davvero la sua sconcertante attualità ci fa riflettere sui nostri problemi odierni: il rovesciarsi delle gerarchie di potere, il politically correct ipocrito e di comodo, le difficoltà politiche dell’integrazione sociale, il ruolo della donna, l’invidia come motore delle relazioni sociali, le vere ragioni (economiche) dietro qualsiasi guerra (soprattutto se idealista), ecc.

Ad uscirne vincitrice, ancora una volta, è la scrittura della Mitchell. Una lettura meravigliosa da cui non vorresti schiodarti mai.

Finito di leggere: domenica 10 settembre 2023.

Nel salutarvi, vi invito a leggere Via col vento di Margaret Mitchell, e a tornare su questa pagina per dirmi cosa ne pensate.

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